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venerdì, 03 luglio 2009

dal 4 al 18 vacanza in val d' Aosta e il 20 inizio lo stage all asl è di 6 mesi non rinnovabili

postato da: ragno62 alle ore 13:09 | link | commenti
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martedì, 30 giugno 2009

è tremendo vedere in televisioni l' immagini di posti che conosco bene distrutti da un' esplosione
postato da: ragno62 alle ore 19:56 | link | commenti
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venerdì, 19 giugno 2009

oggi sono stato al centro per l' impiego, presto il mese prossimo inizio uno stage di 6 mesi a 2 euro l' ora, nessuna garanzia che diventi un lavoro stabile, non sò ancora dove
postato da: ragno62 alle ore 13:11 | link | commenti
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giovedì, 07 maggio 2009

sabato ho visto il film su wolverine, non è male
postato da: ragno62 alle ore 17:07 | link | commenti
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lunedì, 20 aprile 2009

sembra scritto oggi questo articolo del 1966:
   
     
 

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archivio > Archivio sulla sinistra>La classe dominante non piange sulle sciagure... (il programma comunista, n. 21, 1966)

aggiornato al: 20/04/2009

il programma comunista, n. 21, 21 novembre - 5 dicembre 1966

Un altro vecchio, bellissimo articolo, tratto dalla nostra stampa del secolo scorso, che si occupa  delle calamità "naturali".

Non c' è bisogno di dire molto; già siamo intervenuti sul terremoto in Abruzzo, già abbiamo parlato di questi paesi, di queste città prede ora del vento che le attraversa, tra i cui cadaveri appaiono, sorridenti e pieni di promesse, in farsesche passeggiate elettorali, i nostri politici, con papi e ministri,  alla caccia e in cerca di applausi e di  voti.

Al lettore attento il riconoscere a quale sciagura e catastrofe, tra le tante che periodicamente ci colpiscono, ci si riferisce in questo articolo.

 

La classe dominante non piange sulle sciagure

ci ha sempre vissuto e ci vivrà sopra

 

Quando nell'autunno 1951, il Po ruppe gli argini allagando il Polesine e, allora come oggi, si levò il coro delle deprecazioni, del palleggio delle responsabilità, e dei patetici inviti alla solidarietà nazionale (da parte , prima di tutto, degli operai!), noi buttammo in faccia alla nostra classe dominante, nata e vissuta sulle sconfitte militari e sulle catastrofi «naturali», queste parole:

«In Italia abbiamo una vecchia esperienza sulle «catastrofi che si abbattono sul paese» e abbiamo una certa specializzazione nel «montarle». Terremoti, inondazioni, nubifragi, epidemie... Indiscutibilmente, gli effetti sono sensibili soprattutto sui popoli ad alta densità e più poveri, e, se cataclismi spesso terrificanti assai più dei nostri si abbattono su tutti gli angoli delle terra, non sempre tali sfavorevoli condizioni sociali coincidono con quelle geografiche e geologiche. Ma ogni popolo ed ogni paese ha le sue delizie: tifoni, siccità, maremoti, carestie, onde di caldo e di gelo ignote a noi del  «giardino d'Europa»; e aprendo il giornale se ne trova immancabilmente più di una notizia, dalle Filippine alle Ande, della calotta glaciale ai deserti africani.

«Il nostro capitalismo, poco importante quantitativamente, ma all'avanguardia non da oggi, in senso «qualitativo», della borghese civiltà, di cui offrì i più grandi precursori tra lo splendere del rinascimento,  ha sviluppato in modo maestro la economia della sciagura».

E (numero di fine dicembre 1951, articolo «omicidio dei morti»), spiegammo il meccanismo, misterioso ai gonzi ma chiaro come il sole ai marxisti, per cui la civiltà borghese, ultratecnica e ultrascientifica come si vanta di essere, non solo non garantisce l'umanità dai disastri, ma li provoca e ci vive sopra, e, più continua a sussistere come un cadavere che purtroppo cammina, più trae dal doppio omicidio - dei morti, cioè delle opere trasmesse a noi dal passato, e dei vivi, cioè della loro forza-lavoro spremuta nelle orge della ricostruzione - la forza di durare minacciando sempre più gli abitanti del pianeta. Ricordammo questo meccanismo in una sintesi che appare oggi confermata per l'ennesima volta - anzitutto perché il disastro si è, come prevedevamo, ripetuto e in secondo luogo perché, come era nei presagi, la sua ripetizione è avvenuta su scala tanto maggiore quanto più gli anni di sopravvivenza del capitalismo si sono allungati:

«Il capitale - scrive Marx - è lavoro morto che, simile al vampiro, si rianima solo succhiando il lavoro vivente, e la sua vita è tanto più lieta quanto più gli è dato di succhiarne.

«Il capitale moderno, avendo bisogno di consumatori perché ha bisogno di produrre sempre di più, ha tutto l'interesse a inutilizzare i prodotti del lavoro morto [gli argini, i ponti, le dighe e via dicendo] per imporne la rinnovazione con lavoro vivo, il solo dal quale "succhia" profitti. Ecco perché va a nozze quando la guerra viene, ed ecco perché si è così bene allenato alla prassi della catastrofe.  In America, la produzione di automobili è formidabile; ma tutte o quasi le famiglie hanno la macchina: si arriverebbe all'esaurimento delle richieste. E allora conviene che le automobili durino poco. Per ottenere tanto, prima di tutto si costruiscono male e con serie di pezzi abborracciate. Se gli utenti si rompono più spesso l'osso del collo, importa poco: si perde un cliente; ma vi è una macchina di più da sostituire. Poi si fa ricorso alla moda, col largo sussidio cretinizzante della propaganda pubblicitaria, per cui tutti vorrebbero avere l'ultimo modello, come le donne che si vergognano se portano un vestito, magari intatto, «dell'anno scorso». I fessi abboccano, e non importa se ha più vita una Ford costruita nel 1920 [o un ponte costruito dagli antichi romani] che una vettura nuova di trinca 1951. Ed infine, le macchine usate non si utilizzano nemmeno come ferraccio; si gettano nei cimiteri delle automobili. Chi osasse prenderne una dicendo: l'avevo buttata via come cosa senza valore, che c'è di male se me l'aggiusto e vado in giro?, riceve una schiopettata e una condanna penale.

«Per sfruttare lavoro vivo, il capitale deve annientare lavoro morto tuttora utile. Amando suggere sangue caldo e giovane, uccide i cadaveri. Così mentre la manutenzione dell'argine di un fiume per dieci chilometri esige lavoro umano, poniamo, per un milione all'anno, è più conveniente al capitalismo rifarlo tutto spendendo un miliardo. Altrimenti gli occorrerebbe aspettare mill'anni. Ciò vuol forse dire che il governo nero [oggi il centro sinistra; cambiate i nomi, la sostanza è la stessa oggi come allora] ha sabotato gli argini dei fiumi? No di  certo. Vuol dire che nessuno ha fatto pressione perché stanziasse il misero annuo milioncino, e questo non si è speso perché ingoiato nei finanziamenti di altre «opere grandiose» di «nuova costruzione», che preventivavano miliardi.

«Ora che il diavolo ha portato via l'argine, si trova qualcuno che, con ottimi motivi di sacrosanto interesse nazionale, attiva l'ufficio progetti («Commendatore, l'ufficio progetti della nostra impresa si è fatto un dovere di predisporre studi tecnici ed economici: le sottopongo la pappa bella e fatta»), e lo rifà.

«A chi la colpa di far preferire i grandiosi investimenti? Ai neri e ai rossastri. Gli uni e gli altri cianciano che vogliono una politica produttivistica e di pieno impiego. Ora il produttivismo, creatura prediletta di don Benito, consiste nel mettere su cicli «attuali» di lavoro vivo su cui l'alta impresa e l'alta speculazione fanno miliardi. E allora aggiorniamo a spese di Pantalone le macchine invecchiate degli alti industriali, e aggiorniamo anche gli argini dei fiumi dopo di averli fatti sfondare. La storia di questi ultimi anni di gestione amministrativa dei lavori di stato, e di protezione all'industria, è piena di questi capolavori, che vanno dai rifornimenti di materie prime rivenduti sotto costo ai lavori «a regia» consistenti nella «lotta contro la disoccupazione» a base di «capitale costante uguale a zero». In parole povere, spendiamo tutto in salari, e l'impresa non avendo altra attrezzatura che un badile per uomo, convince il commendatore come sia utile un movimento di terra: prima la si porta tutta da qui a lì; e subito dopo la si riporta da lì a qui...

«Tutte le operazioni produttivistiche dell'economia italiana e internazionale sono dal più al meno distruttivistiche quanto lo sconvolgimento padano [o padano-veneto-toscano]: l'acqua entra da una parte e scappa dall'altra».

 

* * *

 

Allora come oggi, si invitò Pantalone a vuotare le tasche per permettere al buon padre Stato di intervenire con giganteschi lavori; allora come oggi si lamentò dalle diverse parti che i soldi raccolti non fossero stati usati bene. Noi affermammo che i soldi erano stati spesi come nella società capitalistica devono essere spesi, non dunque per assicurare la vita umana [Non si è letto, perfino su giornali «di tutto riposo» come La Stampa, che sarebbe bastato un telefono perché il disastro nel Grossetano fosse, se non prevenuto, almeno preannunziato diciotto ore prima in modo da salvare uomini e bestie? Ma un telefono non è «un grande lavoro», la sua installazione non frutta, è perfino una perdita di tempo e «tempo è danaro»! Moltiplicate questo caso per i mille di cui non si parla, o che è facile immaginare, e avrete la chiave del disastro 1966], non dunque per difendere le opere trasmesse dal passato o create con molto minor efficacia nel presente, ma per inaugurare sulla loro futura e sempre più gigantesca rovina l'orgia della ricostruzione e la cuccagna delle grandi libere imprese capitalistiche.

Allora come oggi, i diversi componenti dell'arcobaleno politico democratico si palleggiarono le responsabilità, da destra lamentando l'incuria di una burocrazia pletorica che solo un ritorno al liberalismo classico permetterebbe di ricondurre all'efficienza e alla moralità di altri tempi; da sinistra protestando contro l'inefficienza di un governo dal quale gli eterni aspiranti alla salvezza e alla conservazione del regime democratico sono cocciutamente esclusi. La ricetta per evitare le calamità allora come oggi fu: Levati di lì, ci vo' star io.

La risposta proletaria a questa frenetica corsa al posticino di salvatori dell'umanità, è una sola: Chiunque siate, al timone della società borghese voi ne servite e ne servirete le leggi distruttive e mortifere. Potenziare il meccanismo economico dello Stato? Ma la funzione di questo meccanismo è di vegliare a che il capitale succhi lavoro vivo sulle ceneri del lavoro morto. Rinnovare il personale dirigente? Ma questo è e non può non essere l'amministratore di un'azienda che deve, calpestando l'Uomo da essa e dai suoi ideologi esaltato, generare profitto!

Vane dunque le meraviglie (vere o false) dei teorici del progresso e degli adoratori della scienza e della tecnologia capitalistica per la dimostrata incapacità di queste di sventare a tempo la sciagura. Scienza e tecnologia sono armi di classe e «se è vero che il potenziale industriale ed economico del mondo capitalistico è in aumento e non in deflessione - scrivevamo nel 1951 -, è altrettanto vero che maggiore è la sua virulenza, peggiori sono le condizioni di vita della massa umana di fronte ai cataclismi naturali e storici. A differenza della piena periodica dei fiumi, la piena dell'accumulazione frenetica del capitalismo non ha come prospettiva  la «decrescenza» di una curva discendente delle letture all'idrometro, ma la catastrofe della rotta».

 

* * *

 

Citammo allora l'articolo di un uomo politico ed economista più o meno illustre in cui si deprecava che tanto si trascuri in Italia la conservazione e manutenzione delle opere esistenti: «Non s'insisterà mai abbastanza sulla necessità di reagire al sistema di concentrare l'attività degli uffici esclusivamente o quasi nella progettazione ed esecuzione di grandi opere... Si spendono decine di miliardi per effetto degli allagamenti ( e domani centinaia ) dopo aver sistematicamente lesinato e negati i pochi fondi per le opere di manutenzione (il caso fra mille, di quel telefono) e persino per la chiusura delle rotte». Oggi, dopo l'ennesima e assai più grave «calamità nazionale», le colonne di tutti i giornali hanno ripetuto: Urge difendere il suolo, urgono i rimboschimenti. urge un'opera metodica e sistematica di regolamentazione del regime idrico! Ingenuo candore: il Capitale fugge il suolo che rende troppo poco; sulla sua scia, il contadino diserta la campagna inseguendo il miraggio della favolosa città dispensatrice di quattrini «non sudati», l'agricoltura decade di anno in anno; e voi, tecnici, professori e ideologi, proporreste che una società per la quale Madre Terra è l'ultima delle Cenerentole, e un soldo speso in essa - pigra com'è nei suoi cicli prodotti -costa di più, perché non rende, che i miliardi buttati in un «inutile» sonda spaziale, si preoccupi del Suolo? Il suolo, per questa società, è il basamento su cui erigere la piramide degli affari; più esso è fragile, più risponde allo scopo.

 

* * *

 

Qualche altro ha lamentato che nello scientificissimo secolo XX, non si sappia fare neppure quello che, quattrocento anni fa, la Repubblica di Venezia faceva, con ammirevole impegno, per regolare le acque su cui, simile ad un'enorme zattera, la sua città sorgeva. Il guaio è che quattrocent'anni sono appunto trascorsi, e certe questioni di «sollecitudine» per la vita e il lavoro umani presenti e, ancor più, futuri non tormentano una società la cui insegna è «gli affari sono gli affari». Scrivevamo:

«Tali problemi sono insuperabili in campo capitalistico. Se si trattasse del piano di fare in un anno le armi per dare ad Eisenhower [oggi diremmo a Johnson], la soluzione si trova. Sono tutte operazioni a ciclo breve e il capitalismo va a nozze se la commessa di diecimila cannoni ha il termine di cento giorni e non di mille. Non per nulla c'è il pool dell'acciaio! Ma il pool dell'organizzazione idrogeologica e sismologica non si può fare, a meno che l'alta scienza del tempo borghese non riesca davvero a provocare in serie, come i bombardamenti, anche le alluvioni e i terremoti.

Qui si tratta di lenta e non accelerabile trasmissione secolare, di generazione in generazione, di risultati di lavoro «morto» ma tutelatore dei viventi, della loro vita e del loro minore sacrificio», e per il capitalismo - un mostro con  «il diavolo in corpo» -, questa lentezza e non accelerabilità è sinonimo di asfissia! Scrivemmo: «Il capitale è ormai inadatto alla funzione sociale di trasmettere il lavoro dell'attuale generazione alle future e di utilizzare per questa il lavoro delle passate. Esso non vuole appalti di manutenzione, ma giganteschi affari di costruzione; per renderli possibili, non bastano i cataclismi della natura, il capitale crea per ineluttabile necessità quelli umani, e fa della ricostruzione post-bellica l'affare del secolo». E qual'è, ormai, il periodo che non sia di ricostruzione post-bellica?

 

* * *

 

Allora come oggi  si deprecò la «psicologia nazionale italiana», e la si sottopose a processo. Scriveva il più o meno illustre uomo politico nel 1951: «Noi difettiamo tutti di spirito conservativo per abbondanza di fantasia incontrollata». Ma la questione non è di tare psicologiche. In uno scritto del 1853 sull'India sotto la dominazione britannica, Marx ricorda come i Mogul,  simili d'altronde in questo ai faraoni egiziani  o agli imperatori cinesi, avessero curato metodicamente le opere di regolamentazione dei fiumi da cui dipendeva l'esigenza stessa di una società non ancora «evoluta» come la nostra: vennero gli inglesi e «ereditarono dai loro predecessori i dipartimenti delle finanze e della guerra [Marx non usa le parole a vanvera: sono i grandi meccanismi statali di costruzione-distruzione-ricostruzione, i ministeri capitalistici per eccellenza] ma trascurarono completamente i lavori pubblici» ed è dall'avvento del capitalismo in Asia  al seguito di quegli inglesi ai quali certo non si può imputare uno scarso spirito «conservatore» o un eccesso di «fantasia», che datano le calamità a rotazione di cui le sue popolazioni sono afflitte più delle nostre.

No, signori, le catastrofi cosiddette naturali non hanno radici in particolari forme di governo o di psicologia, o di incultura, o di imprevidenza; non sono colpe di individui o gruppi. Sono catastrofi sociali, inevitabili finché dura l'impero del capitale come lo sono le crisi economiche e le guerre fra stati. O la vita di quest'impero, o quella del genere umano: non c'è via di mezzo.

 

* * *

 

La strada aperta ai proletari non è dunque quella di un ennesimo turno di solidarietà nazionale per raccogliere «aiuti» per cui ricostruire argini ancor più di pasta frolla e preparare catastrofi ancora più spaventose; non è quella di aprire al fiume della democrazia un letto rosa invece che nero in cui scorrere tranquillo. La via è quella di un'altra - e salutare - inondazione. Scrivevamo e scriviamo:

«Anche il fiume immenso della storia umana ha le sue irresistibili e minacciose piene. Quando l'onda si eleva, essa mugge contro i due argini che la costringono: a destra quello conformista, di conservazione delle forme esistenti e tradizionali; e lungo esso salmodiano in processione preti, pattugliano sbirri e gendarmi,blaterano i maestri e i cantastorie delle menzogne ufficiali e della scolastica di classe.

L'argine di sinistra è quello riformista, e vi si assiepano i «popolari», i mestieranti dell'opportunismo, i parlamentari ed organizzatori «progressivi»; scambiandosi ingiurie traverso la corrente, entrambi i cortei rivendicano di avere la ricetta perché il fiume possente continui la sua via imbrigliata e forzata.

Ma ai grandi svolti, la corrente rompe ogni freno, esce dal suo letto e «salta», come saltò il Po a Guastalla e al Volano, su una direttrice inattesa, travolgendo le due sordide bande nell'onda inarrestabile della rivoluzione eversiva di ogni antica forma arginale, plasmando alla società come alla terra un volto nuovo!».

 

il programma comunista, n. 21,  21 novembre - 5 dicembre 1966

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
           
postato da: ragno62 alle ore 13:22 | link | commenti
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sabato, 18 aprile 2009

http://www.autistici.org/volna/ è un sito che contiene articoli di tutti i gruppi e partiti della sinistra comunista è molto interessante
postato da: ragno62 alle ore 19:44 | link | commenti
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sabato, 11 aprile 2009

consiglio questo blog dalle zone teremotate: http://miskappa.blogspot.com/
postato da: ragno62 alle ore 09:49 | link | commenti
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mercoledì, 01 aprile 2009

rivolta truppe americane

ho trovato questo articolo nel sito sotto le bandiere del marxismo. non sò perchè ma prima dell' articolo c' è uno spazio bianco 

aprile 2009

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Una storia sconosciuta: la rivolta delle truppe Usa dopo la seconda guerra mondiale

Ci sono fatti storici che rimangono sconosciuti al largo pubblico. Uno di questi è stata la ribellione delle truppe USA appena finita la seconda guerra mondiale. Una delle poche eccezioni in Italia che ha descritto questi avvenimenti, per quanto ne sappia, è stato il libro di F. Gaja, Il secolo corto, Maquis Editore.(1)

   Appena finito il conflitto, la rivoluzione soffocata nelle metropoli imperialiste (grazie anche agli accordi di Yalta) tornava a premere nella periferia dell’area storico-politica dei popoli coloniali e semicoloniali dominati e controllati dall’imperialismo. Anche in assenza delle condizioni soggettive di giuntura tra metropoli e periferia (mancanza dell’Internazionale, del Partito mondiale della rivoluzione socialista) la ribellione dei popoli coloniale e semicoloniali, faceva comunque parte dello scontro di classe tra borghesia e proletariato internazionale. In primo luogo perché essa faceva entrare nel circolo vitale della lotta di classe masse sterminate di oppressi, in secondo luogo questo processo in atto dei popoli coloniali e semicoloniali è un fattore destabilizzante dell’ordine borghese e in terzo luogo la lotta dei popoli oppressi è destinata a reimpostare l’antagonismo di classe all’interno delle metropoli imperialiste.

   A mettere in moto questo processo, sono stati diversi meccanismi tra i quali:

1)    I soldati coloniali chiamati a partecipare alla guerra che era stata spacciata come guerra per la libertà e la democrazia, a guerra finita rivendicano, verso i paesi colonialisti per i quali avevano combattuto, la libertà per i loro paesi e democrazia.

2)    I partigiani che avevano combattuto le guerre di guerriglie in Asia contro i giapponesi, a guerra finita rifiutarono di farsi disarmare.

3)    Sempre in Asia, i giapponesi a guerra perduta consegnarono il potere locale nelle mani delle borghesie indigene, che proclamarono i loro paesi indipendenti (Sukarno in Indonesia).

   Appena finita la guerra, la maggior parte dei paesi coloniali e semicoloniali, in Africa e in Asia, era, come prodotto innescato dalla guerra imperialista appena finita, in rivolta.

   Davanti a questo enorme rivolgimento, gli USA all’epoca erano gli unici possessori dell’arma atomica, che ha funzionato come elemento di dissuasione sia nei confronti dell’URSS (che solo nel 1949 possedette l’arma atomica), che nei confronti dei ceti dirigenti dei paesi coloniali e semicoloniali.

Riportateci a casa: la rivolta delle truppe USA

   La rivolta delle sue truppe privò gli Stati Uniti della possibilità di mettere le mani su tutto il bottino di guerra su cui la borghesia USA aveva messo gli occhi. Un pamphlet pubblicato nelle Filippine dal Comitato dei Soldati di Manila nel momento culminante delle dimostrazioni proclamava: “Secondo un portavoce del ministero della Guerra, la smobilitazione sta procedendo “con una rapidità allarmante”. Allarmante per chi? Allarmante per i generali e i colonnelli che vogliono continuare a giocare alla guerra e non vogliono ritornare a essere capitani e maggiori? Allarmante per gli uomini di affari che hanno intenzione di fare soldi facendo fruttare i propri investimenti a spese dell’esercito? Allarmante per il Dipartimento di Stato, che vuole un esercito per sostenere il suo imperialismo in Estremo Oriente?”.

   Quando il 2 settembre 1945 il governo giapponese si arrese, la guerra in Europa era già finita da 118 giorni. Tanto in Europa che in Estremo Oriente i soldati americani si aspettavano di essere riportati rapidamente negli Stati Uniti. Non vedevano la ragione per cui 15 milioni di uomini dovevano essere mantenuti in armi se la guerra era terminata.

  Contrariamente alle loro attese, il comando dell’esercito cominciò a trasferire truppe di combattimento dall’Europa al Pacifico. La spiegazione ufficiale era che servivano a disarmare i Giapponesi. In realtà, oltre al Giappone vinto, i comandi americani vagheggiavano di presidiare tutti i territori conquistati dai giapponesi fra il 1938 e il 1945. I giapponesi avevano trasformato questi territori in colonie di sfruttamento e il capitale americano era attratto dall’idea di sostituirsi a loro.

   Il Congresso fu sommerso da petizioni e lettere di soldati che protestavano per il prolungamento del servizio. La Casa Bianca annunciò, di aver ricevuto il 21 agosto 1945, un telegramma di protesta della novantacinquesima divisione di fanteria di stanza a Camp Shelby, nel Missisipi. La novanticinquesima, che aveva operato in Europa, era stata assegnata al Pacifico. Durante il tragitto attraverso gli Stati Uniti i soldati esposero nei finestrini dei treni, cartelli che dicevano: “Arruolati con forza per il Pacifico”, “Siamo stati venduti”.

   Per tutto l’autunno del 1945 la campagna per il ritorno delle truppe andò aumentando d’intensità. Manifestazioni di massa si moltiplicavano in tutti gli Stati Uniti. I soldati invitavano la popolazione a partecipare alle loro assemblee.

   Prima della fine di dicembre il movimento nella truppa aveva raggiunto proporzioni esplosive. Il giorno di Natale del 1945 a Manila 4.000 soldati raggiunsero in corteo il quartier del 21° Centro Rincalzi con cartelli su cui si leggeva: “Vogliamo le navi”. La dimostrazione era stata originata dalla cancellazione di un trasporto di truppe previsto per il ritorno di un certo numero di uomini negli Stati Uniti, e durò soltanto pochi minuti. Ma la tensione si riaccese quando il comandante del Centro, il colonnello Campbell tuonò irosamente contro i manifestanti gridando: “Dimenticate che non lavorate per la General Motors. Siete ancora nell’esercito”. Il riferimento era alla lotta che negli Stati Uniti, stavano conducendo i lavoratori della General Motors per gli aumenti salariali. Nell’esercito americano, in particolare nella fanteria era costituita in gran parte da operai che sentivano come propria la battaglia che stavano conducendo i lavoratori della General Motors. Le proteste dei soldati americani venivano a coincidere con la più grande agitazione operaia della storia degli Stati Uniti.

Gli scioperi negli Stati Uniti

   Con lo scoppio della guerra, i dirigenti dell’A.F.L. e quelli della C.I.O. richiesero la completa sospensione degli scioperi. Assunsero la funzione di amministratori delle decisioni governative che interessavano i luoghi di produzione, cercando di disciplinare la forza-lavoro e aumentare la produttività. Philip Murray, del C.I.O., parlando alla radio incitò i lavoratori “Lavorare! Lavorare! Lavorare! Produrre! Produrre! Produrre! Chi si opponeva alla guerra come i dirigenti della sezione 544 dei General Drivers di Mineapolis e i membri del Socialist Workers Party furono arrestati e internati.(2)

   Davanti al fronte compatto formato dal Governo, dagli industriali e dai sindacati, i lavoratori svilupparono la tecnica dei piccoli scioperi, improvvisi e illegali, indipendenti e a volte contrastanti rispetto alle direttive e alle strutture sindacali, su una scala molto più ampia di quanto non avessero mai fatto prima. Jerome Scott e George Homans, due sociologi di Harvard che studiarono gli scioperi selvaggi,(3) resero noto che responsabili dirigenti sindacali erano in difficoltà quanto i padroni di fronte a questi scioperi, e il Governo lo era altrettanto. Essi descrissero in uno studio dettagliato 118 fermate della produzione nelle fabbriche dell’auto di Detroit, avvenute tra il dicembre del 1944 e gennaio 1945: “Solo quattro scioperi … possono essere attribuiti a rivendicazioni salariali e più specificamente attribuiti all’organizzazione sindacale. La maggior parte derivata da proteste contro la disciplina, contro provvedimenti presi dalla compagnia, o contro i licenziamenti di uno o più lavoratori”.(4)

   Il senso di solidarietà era tale, che spesso gli scioperi selvaggi aggiungevano notevoli proporzioni. Nel febbraio 1944, 6.500 lavoratori delle miniere di antracite in Pennsylvania scioperarono contro il licenziamento di un compagno. 10.000 operai della Briggs Manufacturing Company di Detroit scioperarono per una giornata di riduzione dell’orario di lavoro.

   Nel periodo che va Pearl Harbor alla vittoria sul Giappone, ci furono 14.471 scioperi, una cifra mai raggiunta in tutta la storia americana. Solo nel 1944 scioperarono 369.000 operai dell’industria siderurgica, 389.000 dell’auto, 363.000 delle industrie produttrici di altri mezzi di trasporto e 278.000 minatori.

   La tradizione e l’organizzazione degli scioperi selvaggi diede ai lavoratori un contropotere immediato ed effettivo contro le decisioni del padronato, come i ritmi di produzione, il numero degli addetti a una certa mansione, la scelta dei capi reparto, e l’organizzazione della produzione. I portavoce dell’industria lamentarono un calo di efficienza lavorativa dal 20 al 50% durante il periodo di guerra.(5) Il padronato, ovviamente era deciso a ristabilire e aumentare la produttività che i lavoratori avevano conquistato durante la guerra. A questo scopo gli industriali chiesero ai sindacati una garanzia contro gli scioperi selvaggi e il riconoscere il “diritto a dirigere” del padronato.  In questo periodo, i salari settimanali dei lavoratori delle industrie non direttamente coinvolte alla produzione militare, ebbero un calo di salario del 10% fra la primavera del 1945 e l’inverno del 1946; i lavoratori delle industrie belliche ebbero un calo di salario del 31%  e il potere di acquisto era calato dell’11% rispetto al 1941.

   Com’era previsto, alla fine della guerra cominciarono gli scioperi. Nel settembre del 1945, il primo mese di pace, il numero dei giorni di lavoro persi raddoppiò. 43.000 operai dell’industria petrolifera scioperarono in venti Stati il 21 settembre in sostegno della richiesta di contrattazione collettiva portata avanti dagli addetti al controllo. 44.000 taglialegna scioperarono nel Nord-Ovest, e lo stesso fecero 70.000 camionisti del Midwest e 40.000 macchinisti a S. Francisco e Oakland. I portuali della costa Est scesero in sciopero per diciannove giorni. E non era che l’inizio.

   Appena tre giorni dopo la vittoria contro il Giappone, l’United Auto Workers richiese un aumento salariale del 30%, ma contemporaneamente si pronunciò contro un aumento dei prezzi da parte della General Motors. La compagnia offrì un aumento del 10% e rispose al sindacato che lo stabilire i prezzi era una faccenda esclusiva dell’azienda. All’inizio di settembre erano già in sciopero circa 90 fabbriche dell’auto e il 21 novembre i lavoratori in sciopero erano 225.000.

   Agli scioperi degli operai dell’auto si aggiunsero presto quelli di altre categorie. Il 15 gennaio 1946 scioperarono 174.000 lavoratori delle aziende elettriche; il giorno dopo 93.000 dell’industria di conservazione delle carni; il 21 gennaio scioperarono 750.000 operai dell’acciaio. Il primo aprile si fermarono 340.000 minatori del carbone bituminoso, provocando un oscuramento parziale a livello nazionale; e uno sciopero nazionale ferroviario da parte dei macchinisti e dei ferrovieri, intrapreso per ottenere un cambiamento nelle condizioni di lavoro il 23 maggio, provocò il blocco quasi completo del commercio nazionale.

   Nei primi sei mesi del 1946 i lavoratori in lotta erano 2.970.000. Inoltre, l’ondata degli scioperi non rimase limitata agli operai dell’industria: scioperarono gli insegnanti, i lavoratori municipali e dei servizi. Alla fine dell’anno si raggiunse un totale di 4,6 milioni di lavoratori coinvolti negli scioperi.

   In mezzo quest’ondata di lotta, ci furono degli atti politici di collegamento con la protesta dei soldati. Il Consiglio della C.I.O. di Los Angeles convocò nel gennaio del 1946 una dimostrazione pubblica di fronte al consolato cinese a sostegno delle richieste dei soldati americani contrari all’appoggio al Kuomintang di Cian Kai-shek. I soldati di stanza nel Pacifico si opponevano all’impiego di unità militari statunitensi nella guerra contro la sollevazione rivoluzionaria che stava percorrendo la Cina. Il Consiglio della C.I.O. della città di Akron approvò una mozione, subito ripresa e fatta propria da altri sindacati, che diceva: “Premesso che comitati si soldati delle zone di occupazione hanno chiesto l’aiuto del movimento dei lavoratori per accelerare il ritorno alle loro case e alle loro famiglie, il Consiglio Sindacale Industriale di Akron si associa alle proteste contro il rallentamento della smobilitazione e da il suo appoggio ai milioni di lavoratori in uniforme che desiderano la pace e il ritorno alla vita normale. Il Consiglio Sindacale Industriale di Akron si dichiara assolutamente solidale con i soldati che protestano perché non vogliono essere usati per la proteggere le ricchezze e le proprietà all’estero di società private ostili ai lavoratori, come la Standard Oil e la General Motors”.

La protesta continua

   Il 13 gennaio 1946 il giornale di New York PM pubblicò un servizio dal suo corrispondente da Norimberga: “I soldati hanno la febbre dello sciopero. Ognuno di loro a cui rivolgo la parola si mostra pieno di risentimento, di umiliazione e di rabbia (…) Ora sentono di avere una legittima rivendicazione nei confronti del loro datore di lavoro, l’esercito. Che la rivendicazione non comprenda anche un aspetto salariale, è un fatto assolutamente marginale. Ai soldati non piacciono né le condizioni di lavoro, né il prolungamento della durata del contratto, né tantomeno gradiscono i loro capi, i generali”.

   L’agitazione continuò a estendersi nel Pacifico. Subito dopo la grande dimostrazione di Manila il colonnello Krieger, l’ufficiale addetto al personale del comando generale delle Filippine, diede l’assicurazione a 15.000 uomini del Centro Rincalzi che sarebbero stati riportati negli Stati Uniti senza indugio. Ma a gennaio del 1946 sul Stars and Stripes il giornale dell’esercito letto dai militari americani in tutto il mondo, riproduceva un comunicato del ministero della Guerra secondo cui le smobilitazioni della zona del Pacifico sarebbero state ridotte da 800.000 a 300.000 al mese a causa d’imprecisate difficoltà.

   Tutto ciò nasceva dal fatto che gli USA non avevano un servizio militare obbligatorio prima del conflitto. Questo fu istituito all’inizio dell’entrata in guerra, ma si trattava di una coscrizione provvisoria, a termine, di cui la legge fissava la scadenza del marzo 1947. A quella data gli Stati Uniti, rischiavano di trovarsi senza esercito, il che contrastava con i programmi imperialisti dei gruppi dirigenti del paese. Era in discussione una legge che prevedeva un nuovo servizio militare obbligatorio che incontrava, però, forti resistenze all’interno del paese e difficoltà nel Congresso. Ritardando la mobilitazione, il Pentagono mirava a conservarsi sui vari fronti una capacità operativa adeguata d’intervento.  

   Cogliere i frutti della guerra per la borghesia americana voleva dire stabilire un solido controllo sulle risorse naturali dei paesi occupati ed eliminare le resistenze popolari sorte durante l’ultimo conflitto.

   Nelle Filippine nei giorni finali della seconda guerra mondiale, si passò direttamente, per ordine del generale MacArthur, ad arrestare i dirigenti del movimento Huk (abbreviazione di Hukbalahap, Esercito Popolare Antigiapponese) e del partito comunista delle Filippine, disarmando tutti i militanti su cui fu possibile mettere le mani, ed estromettendo tutti i militanti nei governi locali. In questa campagna anti-Huk, gli Stati Uniti utilizzarono molti filippini che avevano collaborato con i giapponesi, i proprietari terrieri e restituirono  loro le cariche a cui i giapponesi li avevano precedentemente posti. Le operazioni contro i giapponesi non erano ancora finite che unità dell’esercito americano avevano attaccato sistematicamente gli Huk. Non solo cominciarono ad addestrare, in funzione anti-huk, unità militari filippine.

   Quando una divisione di fanteria nelle Filippine ebbe l’ordine di riprendere l’addestramento al combattimento, cominciarono le proteste e dimostrazioni da parte dei soldati che volevano tornare a casa. Rivelava il New York Times dell’8 gennaio 1946 in un articolo dal titolo Proteste dei soldati americani nelle Filippine, che il ripristino dell’addestramento al combattimento “fu interpretato dai soldati e da alcuni giornali filippini come la preparazione della repressione di possibili sollevazioni da parte di gruppi di contadini scontenti”. Nei mesi che seguirono le elezioni politiche dell’aprile 1946 un’ondata di violenza da parte di militari, polizia e dalle squadracce dei proprietari terrieri si abbatté  nei villaggi degli Huk. Centinaia di contadini furono uccisi e migliaia arrestati. La resistenza filippina non ebbe altra scelta che riprendere le armi e trasformarsi in resistenza antiamericana.

   Era questa la situazione in cui si collocavano le agitazioni dei soldati americani

   Manila divenne il centro propulsore del movimento di protesta della truppa. Il 6 gennaio 1946 migliaia di militari manifestarono in punti diversi della città. Un gruppo venne disperso  dalla polizia militare mentre si avvicinava alla sede del quartier generale. Le dimostrazioni continuarono il 7 gennaio: più di 2.500 uomini in uniforme marciarono inquadrati fino al quartier generale portando striscioni che dicevano:  “Servizio sì, servitù mai” e “Siamo stanchi di promesse”. Nei volantini ciclostilati che i soldati distribuivano al passaggio del corteo, si diceva: “Il rimpatrio delle truppe viene deliberatamente rallentato in modo da forzare l’approvazione del nuovo servizio militare obbligatorio per il tempo in pace (…) Il Dipartimento di Stato vuole l’esercito per sostenere il suo imperialismo”.

   Il movimento andava via via assumendo un carattere più marcatamente politico, il 7 gennaio 1946, non meno di 20.000 soldati si accalcarono  all’interno del  palazzo del Congresso filippino di Manila per ascoltare oratori che denunciavano energeticamente l’aggressione degli Stati  Uniti contro la Cina (dall’inizio del 1946 più di 100.000 militari americani, operavano in Cina per sostenere Ciang Kai-shek).    

   Il fermento era vivo in tutto il Pacifico. Seimila soldati che si trovavano sull’isola di Saipan, nella Micronesia, inviarono a Washington una protesta contro il rallentamento della smobilitazione. A Guam 3.500 militari diedero inizio a uno sciopero della fame. Sempre a Guam 18.000 presero parte a due grandi raduni di protesta.

   Via via che le notizie delle proteste di massa dei soldati dal Pacifico si diffondevano, l’ondata delle manifestazioni cominciò toccare i soldati americani in Europa. Il 7 gennaio 1946, nel secondo giorno di dimostrazioni di Manila, 2.000 di truppa diedero vita a un raduno di massa a Camp Boston, in Francia chiedendo un’accelerazione della smobilitazione in Europa. A Reims, 1.500 militari di truppa manifestarono contro le “spiegazioni illogiche” che i comandi fornivano per il rallentamento dei congedi. Sui muri di Parigi comparvero manifesti di solidarietà con i militari in rivolta a Manila. Partendo dall’Arco di Trionfo, più di un migliaio di soldati sfilò lungo i Campi Estivi. In Germania, un centinaio di soldati sottoscrisse un telegramma indirizzato a Washington chiedendo: “Si deve consentire agli ufficiali superiori di costruire imperi? Perché?”.

   Da Londra, 1.800 soldati e ufficiali chiesero una spiegazione per il rinvio della smobilitazione. La protesta continuò ad allargarsi: a Francoforte, in Germania, una dimostrazione di 5.000 soldati fu affrontata con le baionette in canna dalla polizia militare e furono compiuti arresti. Cinquemila soldati dimostrarono a Calcutta, in India e 15.000 a Honolulu nelle Hawaii. A Seul, in Corea, diverse migliaia di soldati resero pubblica una risoluzione in cui si affermava: “Non riusciamo a capire l’insistenza del ministero della Guerra a mantenere all’estero in tempo di pace un esercito sovradimensionato. A che deve servire?”.

   La protesta si fece più profonda anche all’interno degli Stati Uniti. I soldati nella posta che scrivevano a casa, nelle lettere inserivano slogan come: “Scrivi al tuo deputato: riportaci a casa”, “Niente navi, niente voti”. Il senatore Elbert D. Thomas, che era capo della Commissione per gli Affari Militari, si sfogò con la stampa: “Gli elettori incalzano giorno e note. La pressione è incredibile. La posta inviata dalle mogli, dalle madri e dalle fidanzate che chiedono che i loro uomini siano riportati a casa, sta arrivando a una media di 100.000 lettere al giorno” senza contare le lettere dei soldati.

   La protesta dei militari di truppa giunse infine a toccare una tematica allarmante per gli alti comandi. Il 1° gennaio 1946 a Parigi 500 militari fecero proprie una serie di rivendicazioni definite da un dispaccio dell’agenzia stampa United International come un ”programma rivoluzionario per la riforma dell’esercito”. “La magna carta degli arruolati”, come fu chiamato questo programma, reclamava l’abolizione delle mense ufficiali, l’apertura dei circoli per ufficiali di ogni caserma, campo o centro a tutti i sottoufficiali e soldati semplici senza distinzione, l’abolizione delle sezioni riservate agli ufficiali in occasione delle manifestazioni ricreative e l’abolizione degli alloggiamenti riservati agli ufficiali. Si avanzava inoltre la richiesta che tutti gli ufficiali dovessero trascorrere un anno nei ranghi come soldati semplici prima di ottenere i gradi, e si richiedeva la riforma della composizione delle giurie nelle corti marziali dell’esercito, includendovi anche soldati semplici. I soldati presentarono questo programma a una Commissione di inchiesta del Senato in visita a Parigi. Si costituì un Comitato per la liberazione dei soldati, che lanciò un invito a tutte le unità americane di stanza in Francia a organizzare ulteriori azioni di protesta. Avanti di questo passo, la macchina bellica statunitense minacciava di sgretolarsi. La rivolta dei soldati costituiva una seria interferenza nei piani dei Capi di Stato Maggiore.

   Il carattere di massa delle proteste, assunse tali proporzioni da rendere impossibile, per il momento, un intervento repressivo. Non esistevano le forze per reprimere centinaia di migliaia di militari. L’arresto dei responsabili della rivolta avrebbe potuto scatenare proteste più violente. Nel frattempo i graduati e i soldati semplici avevano cominciato a requisire aerei e camionette per condurre i rappresentati eletti della truppa a incontri con le commissioni d’inchiesta senatoriali per discutere sul come organizzare i trasporti verso casa.

   In un primo tempo la gerarchia militare usò metodi morbidi. Si limitò a ordinare che tutte lagnanze passassero attraverso i normali canali gerarchici e imposero alla censura alla stampa dei militari. Poi gli Stati Maggiori passarono alla repressione, il 17 gennaio 1946 l’allora Capo di Stato Maggiore D. Eisenhower emise un ordine che proibiva qualsiasi ulteriore dimostrazione da parte dei soldati. Un ordine analogo fu anche emesso dal generale J. McNarney, comandante delle forze statunitense in Europa. Il generale Robert Richardson jr. ordinò il deferimento alla corte marziale di qualsiasi soldato o ufficiale appartenente a unità di stanza nel Pacifico centrale che continuasse le agitazioni. Tre dei militari che avevano preso la testa del movimento di protesta a Honolulu furono inquisiti dalla polizia militare. Altre rappresaglie furono messe in atto principalmente sotto la forma di trasferimenti. Due giornalisti furono rimossi dalla redazione di Stars and Stripes e trasferiti nell’isola di Okinawa considerata la “Siberia” dell’esercito americano per aver firmato una protesta contro l’imbavagliamento ufficiale del giornale.

   A Okinawa furono deportati degli esponenti del movimento dei soldati di Manila.  Tra questi c’erano il sergente Emil Mazey ex presidente della sezione 212 dell’United Auto Workers (UAW)  sindacato aderente alla C.I.O. Mazey era un sindacalista combattivo che aveva guidato nel 1943 la lotta contro il divieto di sciopero in tempo di guerra e aveva lavorato per la creazione di un partito dei lavoratori negli Stati Uniti. Come Mazey altri ex sindacalisti ebbero una parte importante nell’organizzazione della protesta della truppa e contribuirono alla saldatura fra il movimento dei soldati e l’ala più radicale del movimento sindacale americano. Molti degli uomini inquadrati nelle forze armate statunitensi durante la seconda guerra mondiale avevano partecipato alle grandi lotte sindacali degli anni ’30 e ne erano stati profondamente influenzati. Migliaia e migliaia di loro avevano appreso i metodi e le tattiche della lotta di massa; avevano acquisito capacità di organizzazione e conoscevano il potere dell’azione unitaria. Queste lezioni furono utilizzate con grande efficacia per organizzare la truppa in agitazione. In quasi tutte le basi militari vi erano soldati che dimostravano, e si cominciavano ad organizzarsi. Le notizie che i soldati eleggevano i rappresentanti delegati a esporre le loro richieste o nominavano comitati per pianificare ulteriori azioni si succedevano senza posa. Il livello organizzativo più alto fu raggiunto senza dubbio dal Comitato dei Soldati di Manila come sviluppo dell’azione iniziata il 6 gennaio. Il 10 gennaio 1946, 156 delegati, ognuno eletto da un differente reparto della regione di Manila, in rappresentanza di 139.000 soldati tennero la loro prima riunione, elessero all’unanimità un presidente e un comitato centrale composto di otto membri.

   Le manifestazioni di massa da parte dei soldati con lo slogan “Riportateci a casa”, per quanto brevi siano state ebbero conseguenze di vasta portata. In primo luogo costrinsero il governo degli Stati Uniti a smobilitare le truppe, 15 milioni di uomini sotto le armi. Entro metà dell’estate del 1946 si ridussero a 3 milioni. Entro il giugno del 1947 scesero a un milione e mezzo. In secondo luogo, la rivolta fece comprendere in modo inequivocabile all’apparato militare che non sarebbe stato facile ottenere un esercito di leva disciplinato a tal punto da essere buono per tutti gli usi. La resistenza alla manovra dei vertici militari per imporre il servizio militare obbligatorio porto in evidenza che una grande maggioranza della popolazione degli Stati Uniti non voleva essere coinvolta in un programma i cui scopi erano nebulosi. In terzo luogo, le dimostrazioni all’insegna dello slogan “Riportateci a casa” fecero comprendere alla borghesia USA che sarebbe stata necessaria una grande opera di propaganda politica per convincere la popolazione degli Stati Uniti dell’esistenza di “minaccia comunista” a livello mondiale.

    Senza dubbio una delle conseguenze politiche più importanti della rivolta dei soldati americani, fu quella far intendere che i coscritti americani non potevano essere utilizzati né in guerre coloniali né in una guerra contro l’URSS.

Marco Sacchi

aprile 2009

1. Negli USA ne parlarono gli autori americani Hofstadter, Miller e Aaron nella loro opera The American Republic,  dove si legge: “Alla fine della guerra, si manifestò una forte pressione all’interno dell’esercito e tra i civili per un ritorno dei soldati americani da oltreoceano . Per un certo periodo sembrò addirittura che si potesse non essere in grado di occupare gli stessi paesi che avevano sconfitto” il che danneggiò, affermano gli autori “gli affari internazionali degli Stati Uniti”.

2. Il Socialist Workers Party (SWP) era la sezione statunitense della Quarta Internazionale, i suoi dirigenti come James C. Cannon furono arrestati per  loro opposizione alla guerra imperialista. Molti militanti del SWP, che si erano arruolati in marina,  morirono sulla rotta di Murmamsk  nei convogli che portavano rifornimenti all’URSS, nel tentativo di introdurre propaganda trotzkista in questo paese.

3. Reflections on Wildcat Strikes, in American Sociology Revivew , giugno 1947.

4. Reflections on Wildcat Strikes, in American Sociology Revivew , giugno 1947

5. Morris Bruce R., Industrial Relations in the Automobile Industry, in Warne.

www.sottolebandieredelmarxismo.it

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sabato, 21 marzo 2009

ieri sono andato a sentire un concerto on musiche della bottini(1802-1858) non lo pensavo ma mi è piaciuto i maligni dicono perchè le cantant erano due belle ragazze
postato da: ragno62 alle ore 19:15 | link | commenti
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mercoledì, 11 marzo 2009

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     n petizione interessante:

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